Un marito per... papà!                                 Back to Original  Back to Home

Era una bella giornata.

Il sole splendeva alto in un cielo di un azzurro terso, profumato di neve, i pettirossi saltellavano, cinguettando, tra i rami  degli alberi e l’aria vibrava di gioiosa attesa, una sensazione frizzante che allontanava la stanchezza e regalava un brivido d’infantile eccitazione all’anima.

L’uomo sorrise osservando il gatto del bidello posare con schifato sdegno una zampa sulla neve per poi ritrarla irritato, scuotendola stizzito, “quasi quasi...” pensò allungando una mano verso la macchina fotografica, posata sul cruscotto, ma proprio in quel momento la quiete del giardino venne spezzata dal suono della campanella e, quasi contemporaneamente, la porta della scuola elementare,  dinanzi alla quale aveva parcheggiato, si spalancò, vomitando un variopinto, vociante, gruppo di bambini.

Paul scese dall’auto, rabbrividendo un poco quando l’aria gelata gli accarezzò il volto, cercando tra quella piccola folla il capottino blu del figlio,  ma il bambino fu più abile di lui nell’individuarlo tra i genitori in attesa e sollevò una mano agitandola nella sua direzione, un sorrisone ad illuminargli il visetto.

“Adesso sono in vacanza!” sentenziò buttandogli le braccia al collo, quando, con poche ampie falcate, Paul lo raggiunse.

Il moro rise sommessamente sollevandolo senza fatica, “Sì, adesso sei in vacanza” confermò.

Era una settimana che la sua piccola peste continuava a chiedergli quando sarebbero cominciate le vacanze natalizie.

Studiare gli piaceva davvero poco.

“E domani è natale!” esclamò Miky speranzoso, mentre il genitore lo rimetteva a terra.

Ma Paul scosse il capo con un sorriso divertito “No, Natale è fra tre giorni” lo corresse.

“Così taaantooooo!” protestò il piccolo rabbuiandosi un poco.

“Non è tanto..” cercò di consolarlo il moro aprendogli la portiera dell’auto, aiutandolo a togliersi la cartella prima di allacciargli con cura la cintura di sicurezza.

Micheal sbuffò prima di trarre dalla tasca del capottino qualcosa di leggermente stropicciato “Ma io ho già scritto la mia lettera per Babbo Natale!” disse, con una strana espressione compunta sul visetto arrossato dal freddo.

“Davvero?” chiese il genitore, curioso, sbirciando la busta bianca con interesse.

Era il primo anno che Miky teneva il più assoluto riserbo su che cosa desiderava per Natale e lui cominciava a preoccuparsi di non fare in tempo a trovare ciò di cui aveva bisogno.

“Sì... senti!” sentenziò il bambino attirando tutta l’attenzione del padre, intento ad uscire dal parcheggio scolastico.

 

“Caro Babbo Natale...”

 

Lesse il piccolo con voce chiara e tono esageratamente pomposo.

Paul sorrise, mise la freccia e svoltò a destra verso la strada principale.

 

“Per favore mi porti un bel marito per papà?”

 

Con uno stridio assordante la macchina si fermò a mezzo millimetro da quella che la precedeva facendo volare in avanti i sue due occupanti, fortunatamente entrambi legati al sedile dalle cinture.

“Co... cosa?” gracchiò Paul voltandosi verso il figlio con occhi enormi.

Doveva aver capito male.

Era l’unica soluzione.

“Puoi ripetere??” chiese con voce incerta.

 

E Miky ripeté: “Per favore mi porti un marito per papà?”

 

Ok, calma.... s’impose Paul cercando di trarre qualche respiro regolare.

“Forse volevi dire moglie...” cercò di correggerlo, speranzoso, imboccando la strada che conduceva a casa, ma Miky mise su la sua miglior espressione offesa da: “Uffa questi grandi che non capiscono niente” incrociando le braccia sul petto.

“Non voglio una femmina come Caroline per casa nostra!” sancì deciso “No, e poi no!” dichiarò “Devi trovarti un marito!”

Paul sospirò e scosse piano il capo.

Ancora Caroline.

La maledetta, piccola, vipera.

S’impose di mantenere la calma prima di allungare una mano e sfiorare la guancia del bambino in una lieve carezza gentile.

Finchè Micheal non aveva cominciato le elementari tutto era andato bene.

Bhe, bene, tenendo conto che aveva solo ventidue anni quando si era ritrovato con un pargoletto di pochi mesi a cui badare. Non aveva avuto nemmeno il tempo di piangere la morte della sorella e del cognato che l’assistente sociale era piombata nel suo appartamento con Miky tra le braccia e un terrificante ultimatum: o dimostrava di sapersi occupare di lui o suo nipote sarebbe finito in un istituto.

Paul aveva lasciato l’università e si era trasferito in quella piccola cittadina, nella casa della sorella, senza un lavoro, senza la più pallida idea di come si accudisce un bambino e con un avvoltoio sulle spalle.

Così era cominciata la loro avventura quotidiana, che a volte si era trasformata in guerra e altre in dramma, passando per momenti bellissimi e ricordi indelebili.

Erano sopravvissuti... tutti e due.

E, anche se i problemi non finivano mai, Paul aveva imparato ad affrontarli uno per volta e a chiedere aiuto quando non sapeva più dove sbattere la testa.

Aveva rilevato lo studio fotografico del cognato scoprendo una passione che non sapeva di avere e un’occupazione che gli aveva permesso di sostenere la loro piccola famiglia, lavorando in casa.

Michael era cresciuto sano, gentile anche se molto vivace e un po’ refrattario ai compiti. A scuola aveva fatto amicizia con facilità e si era trovato bene finchè non si era scontrato con lei... Caroline.

La piccola peste sembrava aver trovato come massima fonte di divertimento il tormentarlo e, anche se all’inizio lui l’aveva ignorata, ora la vipera aveva cominciato a punzecchiarlo su un nervo sensibile.

Più di una volta Miky era tornato a casa mogio mogio, chiedendogli perchè la loro famiglia era composta di due sole persone.

“Non posso trovarmi un... hemm... marito...” cercò di tergiversare Paul.

“Perchè?” chiese tristemente il piccolo, piantandogli in viso gli occhi azzurri così simili a quelli della sua adorata sorella.

Già... perchè...? Si chiese Paul cominciando a rimuginare alla velocità della luce, come aveva imparato a fare da quando Miky aveva scoperto quella parola così maledettamente affascinante.

“Bhe... perchè... è difficile trovare un... hemm... marito... adatto...” mormorò incerto.

“Ma non lo devi trovare tu!” protestò il bambino “Te lo porta Babbo Natale!” disse convinto “Se te ne porta uno lo sposi?” chiese speranzoso, gli occhi lucenti come stelle.

Paul sospirò piano.

Avrebbe dovuto dirgli che Babbo Natale non esisteva.

Avrebbe dovuto spiegargli che, fino a quel momento, “Babbo Natale” aveva esaudito le sue richieste perchè “lui” aveva sempre trovato il modo di conoscere i desideri di suo figlio prima del venticinque dicembre.

Avrebbe dovuto... ma non riuscì a deludere quello sguardo azzurro così limpido.

“Se Babbo Natale me ne porterà uno... lo sposerò...” promise e Miky esplose in un: “Evviva!” gioioso.

 

“Hey, terra chiama Paul, ci sei?”

Il fotografo porse un sorriso di scusa alla sua assistente.

Miky aveva passato gran parte del pranzo descrivendogli il suo marito ideale.

“Deve essere gentile, bello, e deve saper cucinare bene...” aveva elencato tutto contento “E deve essere giovane!” lo aveva stupito “Il Signor Mirer dice che la moglie deve sempre essere più giovane del marito...”

Paul avrebbe voluto fare due paroline con il “Signor Mirrer”, il bidello della scuola, e avvertirlo di non inculcare idee strane nella testa di suo figlio ma il bambino lo aveva travolto con mille altre sue considerazioni sulle caratteristiche essenziali di un ‘marito’ e Paul aveva dimenticato gli altri pensieri per lasciare spazio alla preoccupazione.

Cosa sarebbe successo il giorno di Natale quando sarebbe stato chiaro che “Babbo Natale” non aveva portato nessun ‘marito’?

Avrebbe dovuto dire la verità a Miky subito... aveva sottovalutato la serietà della cosa per il bambino e ora rischiava di farlo soffrire più del dovuto.

Stasera gli parlerò, decise tra se, prima di accantonare quei pensieri e dirigersi con Madeline verso lo studio, deciso a concentrarsi sul lavoro.

Era la prima volta che riceveva una richiesta per il mondo della pubblicità. Fino a quel momento si era limitato a piccoli servizi fotografici, a qualche calendario naturalistico o ad immortalare le scene più belle di una cerimonia.

Quella che gli si presentava invece era la grande occasione per far conoscere il suo nome.

“Lo studio è pronto, Robert ha già montato le luci...” lo informò Madeline efficiente come sempre.

Paul annuì  “Il modello è arrivato?” chiese rabbuiandosi.

Quella era una cosa che lo preoccupava un poco.

Il cliente aveva insistito perchè usasse il modello da loro selezionato.

Paul avrebbe preferito scegliere con cura la persona adatta ma Miss Roserman, la direttrice della sezione marketing della P&P Profumi, era stata irremovibile su quel punto.

E per di più... aveva scelto un uomo.

Paul la trovava una mossa azzardata data l’immagine che gli avevano detto di voler dare: un desiderio sensuale e pericoloso.

Sarebbe stato molto più adatta una donna a suo avviso.

Un uomo poteva essere sensuale?

Paul davvero non lo credeva possibile.

Poco male, si disse, avrebbe comunque cercato di fare del suo meglio con quel... sbirciò i fogli che gli avevano dato... Alexiel Decourt.

“E’ arrivato poco fa, l’ho mandato a cambiarsi” mormorò Madeline riportandolo al presente.

Paul annuì distrattamente aprendo la porta dello studio salutando Robert con un tranquillo “Buongiorno” prima di spostare l’attenzione sull’angolo illuminato dai riflettori.

Al posto del solito, alto, sgabello su cui faceva accomodare i suoi soggetti era stata montata una piccola piattaforma, rialzata, su cui era stato disteso un ampio materasso matrimoniale, ricoperto da un lunghissimo drappo di seta perlacea.

Esattamente come aveva progettato Paul, il tessuto traslucido rifrangeva in morbide onde la luce, sfumandola in carezze d’avorio tutt’attorno a... lui.

Semi sdraiato sulla stoffa stroppicciata ad arte, il volto di porcellana appoggiato con altera indifferenza al palmo di una mano candida, il suo modello lo attendeva.

Ma Paul... Paul non riusciva a ricordare nemmeno quale fosse l’obiettivo e quale invece il cavalletto.

La sua mente era completamente azzerata.

Lo sguardo scivolò incredulo dai lunghi capelli d’inchiostro nero, che gli scivolano sulla spalla destra, lasciata nuda da una manica scivolata sensualmente a metà braccio, per sfiorare con meraviglia il suo corpo, languidamente abbandonato tra le lenzuola di seta, tornando poi al suo volto, scontrandosi con due occhi dalla forma lievemente orientale, di un verde smeraldo sfaccettato d’oro.

Alexiel non oppose nessuna resistenza al suo esame, offrendosi ai suoi occhi con quieta pigrizia limitandosi a  socchiudere le palpebre quando i loro sguardi si incontrarono prima di piegare le belle labbra in un lieve, divertito, sorriso che gli accese scintille maliziose nelle iridi feline.

Devo riscuotermi.

Devo.

Paul se lo diceva da quasi cinque minuti senza riuscire ad avere la meglio su se stesso.

Sperava almeno di non avere la bocca aperta come un idiota...

“Cominciamo!!” gridò un po’ troppo forte, riuscendo infine a liberarsi dell’incantesimo in cui era stato imbrigliato, portandosi in fretta dietro la macchina fotografica già disposta sul cavalletto, di fronte al modello.

Regolare lo zoom lo aiutò a calmarsi.

Io sono il fotografo e lui il modello.

Tutto qua.

Siamo entrambi dei professionisti e adesso è ora di lavorare.

Se lo ripetè fin quando fu certo di aver assimilato il concetto e poi si arrischiò nuovamente a sollevare lo sguardo per ritrovarsi oggetto del curioso esame di quelle iridi troppo verdi.

“Guarda... nell’obiettivo...” ordinò Paul con tono che sperava vivamente suonasse distaccato.

Per un momento... per un momento soltanto... aveva pensato di dirgli: Guarda... ME.

Scosse il capo e si decise a cominciare il lavoro ritrovandosi tuttavia a trattenere il fiato quando il modello obbedì alla sua direttiva piantando quei suoi occhi magnetici nell’obbiettivo.

Paul deglutì a vuoto mentre, come da copione, Alexiel sollevava la mano destra per portare la mela che gli avevano dato, alle labbra.

La vestaglia di velluto verde bosco che indossava, negligentemente slacciata, frusciò un sospiro leggero schiudendosi in due labbra supplicanti sulla sua pelle d’alabastro, mentre egli addentava il frutto con decisione straziandone la buccia rossa, strappandone la carne candida.

E Paul, rimase immobile, impotente, ad osservare un rivolo di succo chiaro che gli scivolava da un angolo della bocca lungo il mento e poi giù, per la gola, in una lenta, sensuale, carezza bagnata.

 

Scatta.

Paul, scatta.

E’ il tuo lavoro.

 

E Paul... scattò.

 

Immortalò l’estasi della luce che spirava su quella goccia perlacea, incatenò il suo sguardo assassino, sigillò la sua regale, ambigua, malizia nel rullino affinché mietesse le sue vittime per i loro scopi.

 

Poison.

Veleno.

 

Era il nome del profumo che con quelle fotografie avrebbero pubblicizzato.

E Alexiel... Alexiel era davvero la più pericolosa tra le sostanze letali.

 

Paul scattò di novo, spostandosi un poco, incidendo la sua immagine nella pellicola, fotogramma dopo fotogramma, con una frenesia che non riusciva a spiegarsi, preda di un delirio che rasentava la febbre mentre nel suo cervello lampeggiava un unica parola: mio.

 

Lui è mio.

 

Suo per sempre, intrappolato nei ritratti che gli stava strappando con la foga impaziente di un amante che spoglia il proprio compagno.

La macchina emise un clak sordo e solo allora il fotografo si  rese conto che il rullino era finito.

Con meraviglia si riscosse dalla follia in cui era scivolato, senza accorgersene, e si passò velocemente una mano tra i capelli spettinati.

“Abbiamo finito!” sancì, più per accertarsi di possedere ancora delle corde vocali e sincerarsi di essere nuovamente capace di intendere e di volere che per la necessità di avvisare i suoi collaboratori.

Sperava solo che la sua voce non fosse suonata roca come gli era sembrata.

Nessuno tuttavia sembrò avere niente da dire al riguardo e Paul potè tirare un momentaneo sospiro di sollievo mentre, fingendo di sistemare la macchina, sbirciava Alexiel tirarsi a sedere.

Il modello gettò la mela in un angolo e si stiracchiò, allungando le braccia con un morbido mugolio soddisfatto, prima di stringere i lembi della vestaglia e portare una mano tra i capelli, spingendo indietro le ciocche nere tra cui i riflettori intrecciavano luci notturne.

C’era qualcosa in lui di affascinante.... innegabilmente ipnotico e... perchè cavolo aveva scelto proprio quel momento per voltarsi?

Paul arrossì come un ragazzino, tornando ad occuparsi della macchina, accorgendosi appena in tempo che stava per aprirla esponendo alla luce il rullino, rischiando così di mandare al diavolo il lavoro appena fatto.

E’ che ha un corpo davvero ben modellato, cercò di giustificarsi mentalmente, sottile ma elegante, dotato di una muscolatura ben disegnata ma non troppo marcata. Bello. Di una bellezza aristocratica ma al contempo esotica, felina.

Il mio è puramente interesse artistico, nient’altro, tentò di convincersi.

E poi è troppo giovane, ha solo vent’anni, si rimproverò, non aveva senso perdere ancora tempo nel pensare a quanto sembrava morbida la sua pelle.

Stava quasi riuscendo a convincersi quando si accorse che Alexiel si stava dirigendo verso lo spogliatoio.

Successe tutto molto in fretta.

Robert, che stava già smontando i riflettori, tirò il cavo di alimentazione verso di se proprio mentre il ragazzo gli stava passando accanto.

Paul si mosse d’istinto mollando la macchina fotografica, lanciandosi in avanti.

Pochi secondi più tardi la sua schiena impattò con il pavimento e una fitta di dolore violento lo costrinse a chiudere gli occhi, con un gemito.

Restò così per qualche istante prima di rendersi conto del lieve profumo di pino che gli accarezzava i sensi annebbiati dal dolore.

Socchiuse gli occhi, mettendo faticosamente a fuoco proprio mentre Alexiel sollevava il viso dal suo petto, portando i loro nasi a sfiorarsi.

Erano così vicine le sue labbra...

Così dannatamente vicine...

“Stai bene?” mormorò il modello preoccupato.

Aveva una bella voce, dal timbro morbido quasi musicale.

E il suo respiro gli accarezzò le guance, caldo, ad ogni sillaba.

Incapace di rispondere, Paul si rese dolorosamente conscio della loro posizione.

Gli aveva messo le mani sui fianchi per afferrarlo con il risultato di stringerlo al proprio petto, sotto il velluto della vestaglia avvertiva il calore del suo corpo, la consistenza della sua pelle.

Era davvero troppo.

Prima che potesse impedirselo, prima che potesse allontanarlo per evitare che se ne accorgesse, il suo membro si tese contro il suo ventre.

Alexiel spalancò gli occhi sorpreso, scattando indietro. “Sì direi che stai bene...” borbottò stringendosi istintivamente la vestaglia addosso mentre le guance gli si tingevano di rosso.

E’ stupendo, si ritrovò ad incantarsi Paul, e... e io ho appena fatto la figura del pervertito!

Quel pensiero lo riscaraventò nel presente con forza bruta.

“Io.. io...” cercò di scusarsi balzando in piedi ma un dolore lancinante tranciò le sue parole costringendolo ad emettere un ansimo.

Barcollò pericolosamente in avanti e sarebbe caduto se Alexiel non si fosse affrettato a sostenerlo.

“Hey tutto ok?” chiese preoccupato.

“Credo di avere qualcosa di rotto...” ringhiò Paul tra i denti.

La caviglia destra gli faceva un male tremendo, doveva averla messa giù male quando aveva frenato la loro caduta, finchè non aveva tentato di alzarsi non se n’era accorto.

“Ho la macchina qui fuori...” mormorò il ragazzo con tono ora decisamente urgente mentre Robert si avvicinava loro per aiutare il suo datore di lavoro a stare in piedi.

“Madeline ti occupi tu di Miky...” mormorò Paul cercando di trattenere un gemito quando tentò di saltellare verso la porta.

“Tranquillo capo!” lo rassicurò la donna, premurosa “Tu vai a farti vedere subito da un dottore...”

Paul annuì con un mezzo sorriso mentre Robert gli apriva la porta.

Sul vialetto di casa era parcheggiata una piccola utilitaria nera con gli interni di un sobrio color panna.

Paul la osservò stupito, chissà perchè s’immaginava che Alexiel avesse un altro tipo di macchina, qualcosa di decisamente più potente e costoso.

Robert lo aiutò a sistemarsi sul sedile mentre Alexiel prendeva velocemente posto al volante e, prima che Paul avesse modo di rendersene conto...  restarono soli.

Il tragitto per l’ospedale non era lungo ma il silenzio sembrò farsi immediatamente pesante e i secondi parvero incastrarsi uno sull’altro, incapaci di scorrere come avrebbero dovuto.

Paul trasse un profondo respiro “Mi dispiace per prima...” si decise a dire.

Alexiel gli lanciò un’occhiata senza staccare del tutto lo sguardo dalla strada, le guance che tornavano ad imporporarsi “Non fa niente...” mormorò.

Sembrava ancora più giovane con il viso arrossato d’imbarazzo e...

E.. ancora più bello, dovette arrendersi Paul.

Era la quinta? O la sesta volta che pensava a lui usando parole quali: bello, affascinante, sensuale...

Sembri una ragazzina alla sua prima cotta, si auto-rimproverò.

“Non mi era mai capitato...” cercò di giustificarsi “non so davvero che mi è preso...”

Alexiel scosse il capo piano, un sorriso ad incurvargli dolcemente le labbra “E’ che... mi ha sorpreso la tua... velocità” ammise e allora fu Paul a diventare incandescente.

 

“Sei gay?”

 

La sua domanda a bruciapelo fece sobbalzare il fotografo.

“No!” esclamò in fretta con tono oltraggiato.

Alexiel serrò la mascella e il suo sguardo si fece improvvisamente glaciale, l’aria stessa nella macchina sembrò congelarsi e Paul si rese conto di aver fatto una gaffe.

Evidentemente LUI era gay.

“Cioè...” si affrettò a correre ai ripari il moro “...non che io abbia qualcosa contro i gay...” disse in fretta “...è che... non mi sono mai interessati gli uomini...” spiegò “Bhe... almeno finora...” sussurrò in un moto di sincerità.

La macchina si arrestò ad un semaforo rosso e il modello si volse per porgergli un sorriso gentile, ogni traccia di freddezza scomparsa da quelle sue iridi sfacettate e Paul se ne sentì sollevato in maniera esagerata.

Perchè lo preoccupava tanto l’idea di averlo ferito?

“Sono lusingato...” mormorò piano il ragazzo, arrochendo un poco la voce, il sorriso che si trasformava in un ghigno malizioso, negli occhi una luce pericolosa.

“Davvero lusingato...” soffiò chinandosi verso di lui.

Paul lo fissò paralizzato.

Che cosa voleva fare???

Sentì tutto il suo corpo tendersi e il cuore esplodergli letteralmente nel petto quando una ciocca dei suoi capelli gli accarezzò il viso con la sua fresca carezza profumata.

Erano così vicini che...

Si tese inconsciamente verso di lui ma il suono spazientito di clacson lo riportò al presente facendolo sobbalzare sul sedile.

Il semaforo era diventato verde.

Alexiel tornò al suo posto come se niente fosse successo rimettendosi in marcia e pochi istanti più tardi giunsero di fronte all’entrata del pronto soccorso senza che Paul avesse avuto il tempo di chiedergli che cosa voleva fare.

Solo quando notò lo sguardo stralunato del medico e quello affamato dell’infermiera che li accolsero Paul si voltò verso il proprio compagno ricordandosi che indossa solo una vestaglia.

Come minimo doveva essere congelato!

Si sfilò in fretta il maglione e glielo lanciò prima di lasciarsi cadere sulla sedia a rotelle che un inserviente gli porgeva “Mettilo o ti prenderai una broncopolmonite...” mormorò prima di voltargli le spalle e spingere la carrozzina verso la porta che il medico gli teneva aperta.

 

“E’ rotto?” gli chiese Alexiel quando, un po’ più tardi, Paul lo raggiunse, il piede ingessato.

“Già...” borbottò il moro, cupo, prima di lanciargli un’occhiata.

Era buffo con il suo maglione di lana, indossato sopra la vestaglia, che, tra l’altro, doveva essergli grande, a giudicare dalle maniche che gli arrivavano a metà mano.

Il ragazzo notò il suo sguardo e si strinse le braccia al petto affondando il viso nel collo alto “E’ morbido...” mormorò sommessamente, strofinandosi piano le braccia “...e caldo...” sussurrò socchiudendo le palpebre per fissarlo, le guance lievemente arrossate.

Paul gli sorrise dolcemente e, solo la sedia a rotelle, gli impedì di avvicinarglisi e di abbracciarlo.

Ormai ci rinuncio, si disse.

Non aveva senso chiedersi perchè.

Non aveva motivo domandarsi come mai.

Alexiel gli piaceva.

Gli piaceva da impazzire.

“Ti riaccompagno a casa?” gli chiese il ragazzo piano, quasi temesse di rompere la strana atmosfera che li aveva avvolti.

“Sì grazie...” sussurrò a sua volta Paul, osservandolo alzarsi dalla poltroncina di plastica anonima, su cui lo aveva aspettato, per portarsi dietro la sedia a rotelle e spingerla verso l’uscita.

Senza sapere bene perchè Paul si sentì l’uomo più felice del mondo.

 

C’era una strana atmosfera, nella macchina, mentre si dirigevano verso la casa del fotografo.

Il silenzio li avvolgeva nuovamente ma, più che costituire un muro tra loro, sembrava proteggerli in un tiepido abbraccio gentile.

Paul osservava Alexiel guidare, pensieroso.

Indossava ancora il suo maglione.

Gli stava bene, anche se lo faceva sembrare buffo, anche se gli era troppo grande.

Potrei regalarglielo, si ritrovò a pensare.

Così, semplicemente perchè abbia qualcosa di mio.

Qualcosa da tenere per sempre.

Era un pensiero stupido, strano... pericoloso.

Eppure Paul non riuscì a preoccuparsene.

 

Il viaggio del ritorno sembrò al fotografo inspiegabilmente molto più corto, Alexiel gli sorrideva con una luce nuova nello sguardo mentre lo aiutava a scendere dalla macchina e Paul stava allungando una mano, per sfiorargli una guancia, irrimediabilmente attratto dalla sua pelle, quando la porta di casa si spalancò e Miky gli corse incontro.

“Papà!” esclamò puntando subito lo sguardo sulle stampelle che gli avevano dato all’ospedale.

“Non è brutto come sembra...” lo rassicurò Paul non appena vide gli occhi del bambino farsi liquidi “Devo solo portare questo per un po’...” gli spiegò indicandogli il gesso bianco.

“Non... non ti fa male?” chiese pallido Miky, ancora poco convinto.

“Certo che no!” mentì spudoratamente “E pensa che sopra ci potremo disegnare tante belle cose!”

Lo sguardo del figlio s’illuminò immediatamente mentre un sorriso tornava ad accendergli il viso.

“Davvero?” cinguettò.

“Certo!” lo rassicurò Paul “Ma adesso entriamo che fa freddo e tu non hai il capotto” lo rimproverò bonariamente.

Miky annuì con enfasi prima di correre in casa.

Sulla soglia Madeline li osservava con un sorriso preoccupato, il capottino che aveva cercato d’infilare al bambino ancora in mano.

“Come stai?” chiese subito, quando il suo datore di lavoro si lasciò cadere sul divano.

Paul scosse le spalle “Devo tenerlo un mese..” sbottò “...è una piccola frattura si sistemerà presto se non la sforzo.” spiegò.

E lì... cominciavano i problemi.

“Come farai con Miky?” gli chiese lei, arrivando alla sua stessa conclusione.

Paul si passò una mano tra i capelli, stare dietro ad un bambino di sei anni, da soli, non era esattamente quello che il medico definisce ‘riposo’.

“Senti io.. posso rimandare il viaggio..” si offrì la ragazza gentilmente, ma Paul scosse il capo, deciso.

Erano sei mesi che Madeline gli parlava di quella vacanza con il suo fidanzato, sapeva quanto ci tenesse.

“Non serve, davvero, me la caverò!” la rassicurò.

“Ma...” mormorò lei mordicchiandosi le labbra, divisa dal bisogno di insistere per aiutare l’amico e la voglia di accettare e partire per le agognate ferie.

 

“Posso restare io...”

 

Sobbalzarono entrambi.

Alexiel aveva approfittato di quei pochi minuti per andarsi a cambiare.

Con un paio di jeans azzurri e un maglione d’angora bianco, a collo alto, i lunghi capelli neri legati in un coda di cavallo, sembrava quasi un’altra persona.

Decisamente il suo sorriso era diverso.

Quello che ostentava in quel momento era freddo, formale, fasullo.

“Resteresti?” chiese sollevata Madeline, senza accorgersi della tensione che improvvisamente permeava l’aria.

“Almeno fino a che non torna tua moglie...” mormorò gelido, riservando al moro un occhiata siderale “..in fondo è colpa mia se ti sei fatto male..” conclude.

“Non sono sposato..” mormorò Paul perplesso dal tono del ragazzo.

“Il bambino ti ha chiamato papà..” ringhiò quasi Alexiel mentre Paul lo fissava sempre più confuso.

“E’ il figlio di sua sorella.” s’intromise Madeline facendo scorrere perplessa lo sguardo tra i due “E’ morta sei anni fa, con il marito in un incidente d’auto... si è salvato solo Miky..” mormorò tristemente.

“Oh...” sussurrò il ragazzo sorpreso,  rilassandosi improvvisamente.

E Paul la vide chiaramente, quella luce, accendersi di nuovo nel suo sguardo, il suo sorriso diventare impercettibilmente più ampio, più caldo.

Non era possibile... Alexiel... era... geloso?!

Paul cercò di calmare il proprio ego che si stava gonfiando alla velocità della luce dicendosi che ci dovevano essere un milione di altre soluzioni possibili per il suo comportamento.

Fatto stava che... non ne trovò nessun’altra.

Alexiel... era... geloso!

Geloso!!

Avrebbe saltellato dalla gioia se avesse potuto.

“Sarebbe magnifico se potessi restare!” stava dicendo Madeline nel frattempo, prendendogli entrambe le mani nelle proprie “Potresti sistemarti nella stanza per gli ospiti! Io tornerò dal viaggio il 1 gennaio, sono solo pochi giorni!” esclamò.

“Asp...aspetta un  momento Madeline!” la frenò Paul “Alexiel avrà certamente qualcosa da fare...” disse improvvisamente colto da un moto di puro terrore: Madeline stava chiedendo ad Alexiel di andare a vivere LI’ per una settimana???

Alexiel... LI’?

Sotto il suo stesso tetto??

Ventiquattro ore su ventiquattro???

“Non ho impegni fino al sei gennaio.” mormorò lui con una scrollata di spalle.

“Ma vorrai passare il natale con la tua famiglia...” tentò di nuovo Paul.

“Figuriamoci! Mi farebbero lavorare tutto il week end!” sbottò scrollando le spalle.

“Con i tuoi amici...” provò ancora il fotografo.

“Già partiti per la montagna.”

 

Serafico come un colpo di pistola.

 

Gli stava tagliando tutte le vie di fuga e... lo stava facendo consapevolmente!

La vedo sai, quella luce divertita che ti lampeggia nello sguardo, sibilò tra se Paul.

Il fotografo rimase in silenzio per mezzo minuto prima che il suo sguardo s’illuminasse “Non so come potrebbe prenderla Miky...” disse soddisfatto.

Alexiel si mordicchiò le labbra, evidentemente in difficoltà.

 

“Papà ho scelto questi...”

 

Il bambino scelse giusto quel momento per arrivare con una scatola di pennarelli colorati prima di fermarsi e fissare il nuovo venuto.

“Ciao...” mormorò tenendo una certa distanza ma senza dimenticare le buone maniere.

“Ciao...” gli rispose dolcemente Alexiel piegandosi sulle ginocchia e tendendogli una mano candida.

Micheal appoggiò i pennarelli e gli si avvicinò con cautela, fissando l’arto teso. Impiegò un paio di secondi prima di decidere che poteva fidarsi e allungare a sua volta la manina per stringere quella del ragazzo.

“Sei un amico di papà?” chiese curioso, scrutandolo.

Alexiel gli sorrise e annuì.

“Sei bello!” esclamò il piccolo osservandolo con interesse scientifico.

Alexiel rise sommessamente “Grazie!” mormorò.

Paul si agitò sul divano, preoccupato.

La sua ultima obiezione si stava sgretolando sotto i suoi occhi e lui non poteva fare niente.

In effetti... non voleva fare niente.

Voleva che Alexiel piacesse a Miky.

Voleva che Miky piacesse ad Alexiel.

Perchè... perchè....

Il perchè ancora non lo voleva ammettere.

Ma sapeva... sentiva... che era essenziale.

“Ti dispiacerebbe se Alexiel restasse qui un po’, per aiutare il papà?” s’intromise Madeline fissando il bambino.

“Posso aiutare io papà!” protestò Miky fissandola serio.

Lei annuì “Lo so, ma non puoi fare tutto da solo...” disse mentre Paul seguiva il discorso con trepidazione, combattuto tra il desiderio che suo figlio rifiutasse e quello, molto pericoloso, che invece accettasse.

“Pensa ad Alexiel come ad un aiuto...” mormorò la ragazza.

“Un aiuto..?” le chiese perplesso il bambino.

Madeline annuì guardandosi attorno, alla ricerca di un suggerimento.

“Sì...” le diede man forte Alexiel “Pensa a me come ad un regalo di Babbo Natale...” disse mentre Paul sentiva il respiro bloccarglisi in gola.

“Un regalo di Babbo Natale?” ripete Miky guardandolo quasi in trans prima d’illuminarsi come una lampadina da diecimila watt.

“Un regalo di Babbo Natale per papà!” gridò felice, buttandogli le braccia al collo.

Alexiel lo fissò sorpreso, per un momento, ma poi il suo sorriso si fece gentile e le sue braccia salirono a stringere il bambino a se.

Miky strofinò il visetto contro il suo maglione prima di staccarsi da lui e fissarlo serio “Sì, tu vai benissimo!” sentenziò.

Alexiel lo guardava sempre più confuso mentre Paul, incapace di credere a quello che stava succedendo, li fissava, incredulo.

“Sai cucinare vero?” chiese il bambino rabbuiandosi improvvisamente.

Alexiel annuì “Il mio papà ha un ristorante, ho imparato a cucinare da lui”

“Bhe allora io posso andare...” mormorò Madeline vedendo che i due avevano fatto amicizia senza nessun problema, avviandosi alla porta “Frank mi starà aspettando” disse salutando con la mano.

Paul la guardo uscire ancora basito mentre Alexiel e Miky la salutavano con la mano, lo stesso sorriso soddisfatto sul volto.

“Bene!” disse Miky quando la porta si fu richiusa alle spalle della ragazza, battendo le mani felice “E’ bello, è gentile e sa cucinare!” il ghigno si fece larghissimo sul suo visetto mentre guardava il padre “Adesso lo devi sposare!” sentenziò.

 

Seguì un momento di profondo silenzio.

 

“Come?” chiese Alexiel a mezza voce.

Miky annuì serio e prima che Paul avesse modo di fermarlo gli raccontò di Caroline che lo prendeva sempre in giro, della sua lettera a Babbo Natale e della promessa del padre.

“Il mio parere immagino non serva?” commentò Alexiel ma la sua voce risultava divertita, non arrabbiata.

“Non vorresti sposare il mio papà?!” esclamò Miky piantandogli gli occhioni blu in viso, il tono incredulo di chi si è appena sentito dire che la Nutella fa schifo.

“Il mio papà, è bello, è buono ed è anche benestitico.. benestorico.. benestetico...” si imbronciò corrugando la fronte.

“Benestante..?” lo aiutò Alexiel.

“Sì!” s’illuminò il bambino “Quella cosa lì!” disse prima di arricciare le labbra “Anche se non so cosa vuol dire...” borbottò “Comunque il mio papà è così, quindi è sicuramente una cosa buona!” decise sfidandoli tutti a dire il contrario.

“Non lo vuoi sposare?” chiese prendendo una mano del modello tra le sue, con vocina improvvisamente preoccupata “A me piaci...” disse piano, fissandolo da sotto in su con le guance arrossate.

Alexiel fissò il bambino intenerito e poi sollevò lo sguardo su Paul che era ormai ridotto ad una statua di granito.

“Che cosa gli devo rispondere?” chiese dolcemente.

Paul scosse il capo “Miky due persone... ecco non si possono sposare quando si conoscono da così poco..” cercò di dribblare.

“E se passa un po’ di tempo?” concesse speranzoso “Dopo un po’, quando lo conosci meglio, lo sposi?” domandò.

“Lo sposeresti?” ripetè e Paul si ritrovò improvvisamente con un paio di occhi verde smeraldo fissi nei suoi.

Assurdo.

Era assolutamente, totalmente, assurdo.

Però...

“Sì, credo che lo sposerei...”

Alexiel sgranò gli occhi “Davvero?” chiese incredulo.

Paul scosse le spalle e il suo sorriso si fece più ampio “Sì...” ammise.

Il modello scosse il capo stranito “E’ assurdo...” sussurrò.

“Ma tu lo vuoi sposare?” chiese il bambino, tirandogli un lembo del maglione per ottenere la sua attenzione.

Alexiel fissò il bambino, fissò Paul e... scoppiò a ridere “E’ assurdo...” ripetè scuotendo il capo, sollevando una mano per asciugarsi una lacrima “E’ assurdo...” mormorò tornando serio “...ma.. sì.. penso che lo sposerei...” sussurrò sollevando il viso per fissare lo sguardo in quello del moro.

“Evviva!” trillò il bambino “Allora vi dichiaro marito e marito!” esclamò afferrando la mano di Alexiel e schiaffandola su quella del padre.

“Puoi baciare la sposa!” disse al settimo cielo prima di corrucciarsi e fissare il padre “Papà cosa vuol dire ‘baciare’?” chiese.

Paul scosse il capo “Te lo spieghiamo quando diventi più grande...” sussurrò e posatagli una mano sugli occhi si spinse in avanti mentre Alexiel si chinava su di lui.

Miky sbuffò ma se ne stette buono.

Non vedeva l’ora di tornare a scuola e vedere Caroline.

Lei che aveva letto la sua lettera e che l’aveva deriso con un: “E’ impossibile!”

Il bambino piegò le labbra in un sorriso soddisfatto, a natale nulla era impossibile! Persino trovare un marito per papà!

 

Fine...

 

Back to Original  Back to Home