L'uke allo sbaraglio 2                                                      Back to Original  Back to Home

 

Karl passò tutta la notte a riflettere, visto che di dormire non se ne parlava con il piccolo koala affettuoso teneramente stretto a lui.

Non aveva voluto svegliarlo.

Era caldo, profumato e morbido e il suo visetto aveva un'espressione di una purezza e di un’innocenza assolutamente angelica, così, rilassato nel sonno.

Ma il motivo principale non era stato quello, ovviamente.

No, si era detto, a lui non piaceva assolutamente averlo lì, accoccolato tra le sue braccia, voleva solo evitare che, svegliato nel pieno della notte, lo scricciolo si spaventasse e corresse da Drake in lacrime, magari accusandolo di aver tentato di fargli chissà che cosa.

E poi lo sapevano tutti che non si devono svegliare i sonnambuli.

Meglio lasciarlo dormire, dunque.

Le ore insonni, poi, gli erano servite per decidere come comportarsi.

 

Non aveva molte chance.

 

Non poteva liberarsi di Luke.

Non poteva andare contro gli ordini di Drake.

 

Non gli restava che fare quello che entrambi gli avevano, in un modo o nell’altro, chiesto: trasformare l’animaletto in un vero duro.

Impresa impossibile?

Probabilmente sì, ma non l’avrebbe saputo finchè non ci avesse provato.

E, in fondo, Karl non era uno a cui piaceva rimuginare troppo sulle cose, se aveva un problema lo affrontava, a testa alta e con decisione.

“Prendere il toro per le corna” era uno dei suoi motti preferiti.

Anche se in quel caso si trattava più di prendere il coniglietto per le orecchie.

Dunque quel mattino schizzò fuori dal letto non appena la sveglia suonò lasciando un Luke teneramente arruffato a stiracchiarsi nel suo letto, un pugnetto chiuso a strofinarsi gli occhi e l’aria rilassata e beatamente pigra di chi aveva passato una piacevole notte di sonno.

 

Certo lui aveva dormito bene!

Lui.

 

Karl ricacciò la voglia di mettergli le mani addosso e lo fissò dall’alto del suo metro e ottanta con le braccia incrociate dietro la schiena, in perfetta posa militare.

Luke lo guardò confuso, con i grandi occhioni azzurri ancora leggermente appannati dal sonno, poi spostò lo sguardo sulle lenzuola e infine risollevò il capo di scatto per osservare nuovamente il compagno di stanza.

“Oh! Mi dispiace tantissimo!” esclamò balzando in piedi pallido come un cencio “L’ho fatto di nuovo!” disse guardandosi attorno spaventato.

 

Anzi... più che spaventato sembrava addirittura terrorizzato!

 

E la cosa era leggermente offensiva.

Il piglio di Karl, già scuro per la mancanza di sonno e per la reazione inconsulta di chi quella mancanza di sonno l’aveva causata, divenne allibito quando Luke cominciò a spostare freneticamente le lenzuola per controllare il materasso bianco, il visetto contratto in un espressione di panico che si rilassò solo quando il suo sguardo ebbe frugato con cura tra le coltri trovandole stropicciate ma candide.

 

Karl lo aveva fissato durante tutta la sua meticolosa ispezione irritandosi sempre di più.

 

Temeva forse di trovare tracce di sangue?

 

A giudicare da come aveva controllato le lenzuola sembrava di sì!

Che razza di mostro pensava che fosse!

Lui non era certo il genere di persona che si approfitta di un ragazzino indifeso!

Anche se il ragazzino in questione s’infilava di sua spontanea volontà nel suo letto.

 

“Non è successo niente...” sospirò palesemente sollevato Luke, confermando i suoi sospetti, tornando poi a portare lo sguardo su di lui ed arrossire ferocemente.

“Io... io... mi spiace” ripeté abbassando in fretta il capo, cincischiando tra le mani l’ampia maglia del pigiama ad orsetti.

“Avresti potuto avvisarmi che sei sonnambulo.” ringhiò Karl duro.

Luke incassò ancora di più la testa nelle spalle, facendosi piccolo piccolo “Mi dispiace tantissimo” pigolò sollevando, soltanto un po’ lo sguardo, per fissarlo con i grandi occhi celesti già umidi “Non mi succede spesso” mormorò mogio.

“Bhe spero che non si ripeta!” disse severo l’altro e Luke soffiò un “Lo spero vivamente anch’io!” con una vocina resa tremula dalla paura.

Karl emise un basso ringhio ma si trattenne dall’assalire il piccolo nonostante la sua evidente mancanza di stima nei suoi confronti.

 

Insomma lui non era mica il tipo che violenta la gente!

Ed era stato l’altro ad infilarsi nel suo letto, non lui a portarcelo!!

 

“Bene!” disse, decidendo di accantonare la cosa come parte dell’orribile giornata precedente “Questa notte ho riflettuto a lungo e ho deciso che ti aiuterò nel tuo proposito: ti trasformerò in un vero uomo!” sancì sperando che la sua voce non suonasse scettica come invece si sentiva.

Il ragazzino s’illuminò di pura gioia, già dimentico dell’incidente del letto, “Davvero?!” trillò “Grazie!!” cinguettò lanciandosi verso di lui a braccia spalancate.

 

Karl fece un balzo indietro degno di un giaguaro.

 

“Regola numero 1!” ringhiò, pallido, puntandogli un dito ammonitore sotto il naso “Gli uomini non si abbracciano tra loro!”

“Oh!” esclamò Luke arrossendo “Ok!” disse mettendo le braccia dietro la schiena, cercando di imitare la posizione assunta dal compagno... con scarsissimi risultati.

Gli orsacchiotti sul suo pigiama e i capelli biondi che gli cadevano in ciocche disordinate sul visetto a cuore rovinavano un po’ l’immagine.

 

Karl ponderò l’idea di fargli tagliare i capelli.

Magari corti, cortissimi.

In modo che non gli accarezzassero il volto in quel modo innocentemente languido e teneramente malizioso.

 

Poi rifletté che Drake gli avrebbe potuto tagliare qualcos’altro solo per averlo pensato.

Quell’arruffata massa bionda era parte del fascino angelico del piccolo e non dubitava che il Professor Drenan gliel’avrebbe fatta pagare molto cara se gli avesse rovinato il suo giocattolino.

 

Quindi i capelli restavano così.

 

Ma poteva fare qualcosa per i vestiti.

Ripensò alla tuta rosa del giorno prima.

 

Sì, decisamente DOVEVA fare qualcosa  per i vestiti.

 

“Per prima cosa” disse dunque “Hai bisogno di qualche capo di abbigliamento degno di un uomo!” sancì cercando di imitare il tono di voce del suo insegnante di karatè.

“Quelli che ho non vanno bene?” chiese Luke, sorpreso, reclinando graziosamente il capo sulla spalla destra come faceva ogni volta che qualcosa lo incuriosiva o gli creava delle perplessità.

“No. Decisamente no!” sancì Karl cupo ripensando al guardaroba rosa e bianco del suo pupillo “Dobbiamo comprare qualcosa di più consono.”

Il visetto di Luke s’illuminò “Allora andiamo a fare shopping!” esclamò battendo le mani felice e Karl lo fissò, basito, per un lungo istante.

 

Shopping?

Shopping??

SHOPPING?!?

 

“Assolutamente no!” tuonò “Gli uomini non fanno shopping!”

Luke sussultò a quel diniego assoluto per poi fissarlo confuso “Ma tu hai detto...” cominciò.

“Niente shopping!” ringhiò Karl perentorio.

“Peccato...” borbottò il biondino “...mi piace fare shopping” disse mogio, mogio, lanciando un ultimo sguardo speranzoso verso il compagno di stanza che però lo gelò con un occhiataccia.

“Possibile che ti piacciano tutte cose... cose... così!” esclamò Karl, indicando il trolley rosa di Hello Kitty in un angolo.

 

Cominciava a perdere fiducia nel suo piano.

 

“Ci sarà qualcos’altro che ti piace fare!” disse con voce che sapeva di preghiera.

Gli occhi del piccolo si accesero di stelle mentre apriva la bocca per parlare ma l’altro lo bloccò con la sua peggior occhiata ammonitrice.

“Qualcosa da vero uomo!” specificò, duro.

 

Luke richiuse la bocca e Karl sospirò esasperato.

 

“Forse... qualcosa ci sarebbe...” cominciò il piccolo, titubante, guardandolo da sotto in su, creando piccoli cerchiolini sul pavimento con il piede destro.

Karl lo fissò speranzoso “Sì?” chiese.

“Però non so se...” borbottò arrossendo.

“Prova!” lo incitò il ragazzo più grande, chiedendosi se poteva essere sopravvissuto, o mai esistito, un rimasuglio di mascolinità in quel frullato di vaniglia e fragola.

“Ecco io...” cominciò Luke con vocina sottile.

Karl si tese verso di lui incrociando mentalmente le dita.

“A me...” mormorò lo scricciolo “...a me piace...” disse arrossendo sempre di più sotto lo sguardo attento dell’altro.

 

“A me piace tanto scopare!” esclamò tutto d’un fiato.

 

Karl aprì la bocca... e poi la richiuse.

Aprì di nuovo la bocca ... e la richiuse ancora.

 

Non poteva aver capito correttamente.

No, doveva esserci un errore.

Era assolutamente impossibile.

 

“Ti piace... scopare?” gracchiò, certo di avere una smentita.

Luke annuì vigorosamente, facendo ondeggiare i capelli biondi.

 

Assurdo.

Inaudito.

Inconcepibile.

 

Karl dubitava fortemente che una donna qualsiasi avrebbe considerato l’altro poco più di un cuccioletto da coccolare.

Quindi?

Luke si riferiva agli... uomini?

Gli stava dicendo che gli piaceva scopare con gli uomini?

 

Non era possibile!

 

Però... quello era pur sempre lo studente speciale del professor Drake.

Quindi forse non era del tutto fuori questione.

 

Possibile che il piccolo fosse un maniaco lussurioso?

 

Karl fece scorrere lo sguardo sulla sua figurina avvolta nel pigiama ad orsetti, sui capelli arruffati, sulle guance arrossate e i grandi occhi azzurri sgranati... no, gli sembrava davvero fuori discussione.

“Io e il mio fratellone lo facevamo sempre insieme.” rincarrò la dose Luke, ansioso di compiacerlo e reso nervoso dal suo strano comportamento.

“Tu e chi... cosa?!” esplose Karl con gli occhi fuori dalle orbite.

“Io e il mio fratellone...” spiegò Luke fissandolo spaventato dal suo colorito verdognolo “...scopavamo tanto insieme.” mormorò sognante, ricordando.

Il moro lo fissò tra l’incredulo e lo shoccato prima di notare lo sguardo triste negli occhi del più piccolo.

 

E allora si rese conto che le frasi del ragazzino erano tutte al passato.

 

“Tuo fratello...” cominciò piano interrompendosi quando vide il lampo di dolore che saettò in quegli oceani azzurri.

“Lui... il mio frattellone...” sussurrò piano Luke stringendo con forza il pigiama tra le mani “... non c’è più” disse.

“Mi... mi dispiace” fu il turno di Karl di mormorare “Non lo sapevo!”

Ma Luke scosse coraggiosamente il capo “Sono due anni ormai.” soffiò “E’ per lui che sono qui!” spiegò “Ho promesso a mamma e papà che io... io sarei diventato un vero uomo anche per il mio fratellone!!”  disse risollevando il capo per fissarlo con determinazione.

Karl annuì piano, per un momento commosso dalla dedizione del piccolo alla memoria del fratello maggiore prima di ricordare quello che aveva detto il ragazzino solo pochi istanti prima.

 

Ma quale dedizione alla memoria!

 

Il fratello di Luke era un pervertito!

Un maniaco!

Un pedofilo!

 

Non meritava nessuna dedizione se si scopava il fratellino!

Ma non poteva dirlo a Luke, non in quel momento almeno.

 

“E cos’altro ti piace fare...” disse tornando alla loro conversazione iniziale “...a parte... a parte...” deglutì a vuoto, incapace di dire la parola.

Il suo cervello si rifiutava persino di elaborare l’informazione.

 

“A parte fare le pulizie?” chiese Luke, gentilmente, venendogli in aiuto.

 

“Ecco sì, a parte...” Karl sbarrò gli occhi piantandoli in faccia all’altro.

“Fare le pulizie?!” gracchiò.

Luke lo guardò come si guarda uno strano animale allo zoo “Scopare, no?” disse, angelico.

 

Scopare.

Fare le pulizie.

Che altro?

 

Karl aprì la bocca... e poi la richiuse.

Aprì di nuovo la bocca ... e la richiuse ancora.

 

No, decise, non sono in grado.

Ci sono cose che le persone possono fare.

Altre che ci si può impegnare ad imparare.

E alcune, bhe alcune, semplicemente,  geneticamente, impossibili!

 

Trasformare Luke in un uomo apparteneva a quell’ultima categoria.

 

“Sì, a parte fare le pulizie...” mormorò lasciandosi cadere sul suo letto, sentendosi esausto come se avesse fatto il giro della scuola dieci volte.

Luke si tamburellò le labbra con le dita, pensieroso.

“Pratico sport...” tentò.

 

Karl sollevò un poco il capo.

Aveva persino paura di chiedere.

“Che sport?” domandò tuttavia.

Infondo lo sport, di qualsiasi si trattasse, aveva sempre componenti di disciplina, fatica, rigore...

 

“Danza classica” pigolò Luke.

 

Karlo lo fissò ma non disse niente.

Il suo sguardo tuttavia dovette valere più di mille parole perchè il ragazzino abbassò il capo, le guance arrossate, riprendendo a fare cerchiolini sul pavimento con il piede.

 

“Mi piace fare bird watching!” esclamò d’un tratto, illuminandosi.

Anche Karl si rivitalizzò raddrizzandosi “Vai a caccia?” chiese sorpreso.

 

Quello sì era uno sport da veri uomini!

Inseguire la preda, stanarla, ucciderla!

 

Luke lo fissò pallido e inorridito “NO!” esclamò oltraggiato “Non farei mai del male ad un altro essere vivente!” disse “Come si può chiamare sport l’uccisione di creature innocenti? Per divertimento?! Lo trovo intollerabile!” disse infervorandosi “E non ha nemmeno senso dato che io sono vegetariano!” esclamò.

Karl si riaccasciò sul letto, depresso.

 

Niente da fare, quel ragazzino era una causa persa.

Totalmente persa.

E in partenza, per di più.

 

“Va bene” disse dopo un lungo momento di silenzio “Attualmente non hai nessun interesse da vero uomo ma questo non vuol dire che tu non ne possa scoprire alcuni da ora!” decise.

“Davvero?” chiese Luke felice, gli occhi nuovamente luminosi come stelle.

Karl annuì deciso.

“Ti insegnerò io!” sentenziò “Sono qui per questo!”

 

Detto fatto.

L’aveva fatto vestire ed erano usciti.

Gli era sembrata una buona idea, all’inizio, portare Luke nel dojo annesso alla scuola.

 

All’inizio.

 

Prima di vedere gli occhi degli studenti piantarsi sul suo accompagnatore.

Se avesse liberato un agnellino in un branco di lupi affamati avrebbe ottenuto degli sguardi meno pericolosi di quelli che si puntarono su Luke quando entrarono in palestra.

Fortunatamente Karl era almeno riuscito a fare qualcosa per il suo abbigliamento.

Prendendo un paio di jeans azzurro chiaro e una felpa bianca era riuscito a dargli un aria non certo meno innocente e sperduta ma almeno non così maliziosamente provocante come quando gli si era presentato vestito da congilietto rosa.

L’insegnante lo individuò immediatamente. Non che fosse stato difficile dato che praticamente tutti gli allievi si erano girati a guardarli, uno si era quasi slogato una caviglia, inciampando, quando aveva notato Luke!

“Leiner!” ringhiò Robert Senar, cintura nera di karatè, sesto dan di Tai Chi, non che, appunto, maestro di Arti Marziali nella palestra della scuola, la voce severa e profonda colorata da una nota di stupore mentre spostava lo sguardo sulla testolina bionda di Rapeme.

“Lui che cos’è?” chiese con aria troppo sconvolta per poter sembrare disgustata.

“Luke Rapeme” lo presentò Karl pentendosene un momento più tardi.

 

Doveva proprio dirgli nome e cognome?!

 

Gli occhi dell’istruttore si allargarono ancora di più rischiando di farne rotolare fuori le orbite e Karl fu lesto a cogliere il momento di basito silenzio dell’altro per continuare.

“Si è iscritto all’Accademia su raccomandazione del professor Drenan” disse godendosi per un momento il susseguirsi di colori sulla faccia, di solito impassibile, dell’uomo.

“Del professor..” gracchiò sgomento l’insegnante prima di tornare a scannerizzare Luke.

Karl era certo che giunse alle sue stesse conclusioni, sebbene in un tempo minore.

“E perchè l’hai portato qui?” chiese, ora minacciosamente sulla difensiva.

 

Sapeva di correre un grosso rischio.

 

Il piccolo non era evidentemente un serial killer di conseguenza poteva essere solo l’amante di Drake.

E lui non poteva certo ammaccare l’amante di Drake.

A meno di non rischiare di ritrovarsi di nuovo nella stessa posizione di cinque anni prima quando, fresco di assunzione, aveva avuto l’incoscienza di parcheggiare l’auto nel posto riservato al loro Responsabile della Disciplina.

 

Ricordava ancora quella sera nell’ufficio di Drenan...

 

La sua elegante, ingannevole, gentilezza nell’offrigli da bere.

Per festeggiare la sua assunzione, gli aveva detto.

E Robert si era chiesto perchè, i suoi colleghi, erano sbiancati quando aveva detto loro di avere un colloquio con lui.

Era un uomo disponibile, cordiale, con cui era incredibilmente piacevole parlare.

E bere.

Oh sì, avevano bevuto tanto insieme, un bicchiere dopo l’altro.

A Senar piaceva il vino e reggeva benissimo l’alcool quindi aveva gustato il pregiato bianco d’annata, offertogli dall’altro, con gioia.

 

Con innocenza.

 

Drake era un ottimo patrono, aveva stappato le bottiglie, una dopo l’altra, servendolo con maestria ed evidente sprezzo del loro vertiginoso valore.

E reggeva l’alcool il bastardo.

Lo reggeva meglio di chiunque avesse mai incontrato.

Non avrebbe saputo dire quando aveva cominciato a girargli un po’ la testa, ma ricordava perfettamente lo sguardo da serpente, ammaliatore, e la sua voce suadente, ipnotica, che gli aveva fatto notare lo sgarbo subito.

Robert si era scusato, povero illuso, dicendogli che non sapeva che quello fosse un posto auto riservato.

Ma Drake si era mostrato magnanimo.

Infondo cos’era un posto macchina? Aveva riso sommessamente.

Niente più che un rettangolino di cemento dove Drennan avrebbe dovuto parcheggiare la sua maserati V8 quattro porte bianco Fuji... certo, se lì già non ci avesse trovato il fuoristrada dell’altro.

Solo un piccolo disagio. Aveva detto.

Era allora che il suo sguardo era diventato diverso, scuro, abissale.

Robert ci era annegato dentro, invischiandosi nelle sue ombre sensuali, sprofondando inesorabilmente, incapace di divincolarsi dal dominio di quelle iridi di ghiaccio.

Ipnotizzato dal suo sguardo Senar era rimasto immobile mentre l’altro gli faceva gentilmente notare che aveva bevuto un po’ troppo.

Intrappolato nella sua ragnatela gli aveva permesso di sfilargli il bicchiere dalle dita... e la cravatta dal collo.

 

Com’era finita quella cravatta strettamente annodata ai suoi polsi?

Non lo ricordava.

 

Quando tutti i suoi vestiti erano finiti sul pavimento?

Non riusciva a rammentarlo.

 

Com’era accaduto che si era ritrovato mezzo disteso, di schiena, sulla scrivania dell’altro a gambe spalancate, ad implorare, vergognosamente, spudoratamente, di più?

Non voleva nemmeno saperlo!!

 

Ma ricordava, ricordava fin troppo bene le ultime parole di Drennan prima che questi si abbassasse la zip dei pantaloni per liberare il suo membro, eretto, duro... enorme.

“Un piccolo disagio per un piccolo disagio...” gli aveva soffiato con voce rovente contro l’orecchio prima di prenderlo per i fianchi e costringerlo a girarsi, il petto schiacciato contro la scrivania di mogano lucente.

A distanza di cinque anni rammentava ancora, con colpevole rossore, di essersi inconsciamente teso verso di lui, in quell’istante di perdizione assoluta, mentre la mano abbronzata di Drake si serrava sul suo sesso e poi... poi c’era stata solo la follia pura, un delirio di sensazioni incandescenti, una fusione devastante di lacerante piacere e magnifico dolore mentre i 20 centimetri dell’altro affondavano in lui e si spingevano, sempre più dentro, sempre più forte, sempre più...

 

“Professore?” lo chiamò Karl, genuinamente perplesso dalla sua aria vagamente nostalgica, distogliendolo bruscamente dai suoi pensieri.

Robert scosse il capo con forza, ricacciando ferocemente i ricordi e il languore che gli aveva scaldato lo stomaco, segno evidente del suo terribile disgusto per quello che era accaduto cinque anni prima, tornando a concentrarsi sul presente.

 

No, decisamente non poteva ammaccare l’amante di Drake.

 

Era un uomo adulto ora, con una dignità da preservare e, soprattutto, aveva già terminato le ferie, non poteva permettersi assenze dal lavoro.

Quindi doveva liberarsi del ragazzino.

Perchè se avesse provato anche uno solo degli esercizi con quello scricciolo candido l’avrebbe spezzato in due, all’istante.

“Luke vorrebbe imparare un arte marziale” cominciò Karl ma l’uomo lo gelò con la più terribile delle sue occhiate mentre una sospetta gocciolina di sudore gli colava lungo il collo.

“Assolutamente no!” disse perentorio.

“Perchè?” pigolò il pulcino rivelando per la prima volta la voce.

 

Una vocina argentina e musicale.

Di male in peggio.

 

“Ti faresti male” ringhiò l’insegnante, cercando di assumere l’aria più truce e minacciosa del suo repertorio per dissuaderlo dalla sua folle idea.

“Non importa se devo soffrire!” disse però il piccoletto, spiazzandolo “Io voglio diventare un vero duro!” sancì mettendo un adorabile broncio.

“No!” ribattè Robert deciso “E quando dico no vuol dire no!” ringhiò.

 

“Gli insegnerò io”

 

La voce li colse tutti e tre di sorpresa.

Robert si voltò di scatto incontrando gli occhi azzurri del suo più arrogante allievo: Radek Maret.

“Hai sentito quello che stavamo dicendo?” chiese l’insegnante con sguardo cupo.

“Il piccolo vuole imparare un arte marziale” disse il biondo con una scrollata di spalle “Gli insegnerò io” disse facendo scorrere lo sguardo lucente su tutto il corpo di Luke con evidente lascivia.

“Ma hai sentito chi l’ha raccomandato?” chiese Karl perplesso.

“Non ha importanza chi lo ha raccomandato” disse Radek con una scossa di spalle indifferente, dimostrando chiaramente di aver origliato solo l’ultima parte del loro discorso.

Radek era famoso all’interno dell’accademia per essere uno spaccone bastardo a cui, però, non mancavano gli attributi fisici per far valere le sue sbruffonate.

 

Ma nemmeno lui era così incosciente da sfidare Drake Drennan.

 

“Anche se è stato...” cominciò Karl pregustandosi la faccia dell’altro nel sentir nominare il loro Responsabile della Disciplina ma Robert fu più veloce, e più furbo, e si pose tra Karl e Radek impedendo così al primo di terminare la frase.

“Allora fai pure Radek” disse con un sorriso a trentadue denti, solare come un mezzogiorno nel deserto del Sahara il quindici di Agosto.

Karl fissò prima l’insegnante e poi Maret diviso tra sentimenti contrastanti.

Voleva che Luke imparasse uno sport da uomo ma si preoccupava che si facesse male.

Però... se si fosse ferito... sarebbe stata colpa di Radek, che aveva, tra l’altro, esplicitamente asserito che non gli importava sotto quale ala protettrice fosse Luke.

E magari, dopo uno scontro del genere, il suo compagno di stanza si sarebbe spaventato e avrebbe finalmente capito che quella non era una scuola per lui.

 

Tutti i suoi problemi si sarebbero risolti!

 

Era libero!

Tutto sistemato!

E Drake non avrebbe potuto prendersela con lui, almeno sperava, e comunque prima avrebbe pensato a Radek.

Era salvo!

 

Con quei pensieri nella testa Karl si dispose attorno ai due, insieme agli altri studenti, curiosi, osservando Radek che invitata con un sorriso sfrontato, Luke, sul tatami.

“Attaccami come preferisci!” disse al piccolo allargando le braccia , pronto a riceverlo come se volesse abbracciarlo più che atterrarlo.

Karl non aveva dubbi su dove sarebbero finite le mani dell’altro non appena avesse potuto toccare Luke, con la scusa della lotta. Lo sguardo famelico di Radek era fin troppo evidente e si rispecchiava su molti dei ghigni da lupo degli studenti che circondavano i due, pregustandosi lo spettacolo.

“Fatti avanti!” gridò Radek e Luke si lanciò.

 

Karl chiuse gli occhi, incapace di guardare.

Pochi istanti e tutto sarebbe finito.

Luke avrebbe abbandonato la scuola e lui sarebbe stato libero.

Doveva solo aspettare il suono del tonfo con cui Radek avrebbe sbattuto a terra il piccolo.

Solo quel suono e sarebbe stato libero.

 

E il tonfo venne.

 

E fu tonfo fu tremendo.

Come minimo Radek gli aveva spezzato la spina dorsale.

Che motivo c’era di accanirsi tanto su qualcuno così evidentemente inferiore!

Karl aprì gli occhi fissando il quadrato diviso tra oltraggio e sollievo.

 

Rimase di sasso.

 

A terra, dolorante, giaceva Radek.

 

 

continua...

 

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